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Gli attori principali del disagio invisibile
Laura Tussi - 26-01-2005
Il concetto di disagio e i suoi indicatori

Il disagio adolescenziale rappresenta ed interpreta un passaggio di transizione esistenziale verso un processo di autonomia ed un percorso di progressiva emancipazione dalle figure cardine della prima infanzia, non privo di arresti, di stasi, di drammatici regressi e rifiuti di crescita tramite trasgressioni, sconfessioni di norme e criteri precostituiti e confutazioni di punti di vista più o meno imposti ed impositivi. La percezione di inadeguatezza adolescenziale comporta la volontà di superamento dei modelli della fanciullezza, dei suoi affetti, delle sue norme, dei suoi tabù e divieti, ma anche degli agi, cercando, in opposizione, i continua apicali del rischio, della sfida contro qualsiasi tipo di ostacolo. Comunque rimane aperta la questione dell’indagine del disagio sia attraverso le dinamiche dell’attore, sia nelle modalità del sistema, sia nei fattori e negli indicatori dell’ambiente.
Anche alla luce del tirocinio che sto conducendo di carattere “riabilitativo” rispetto a un disagio straordinario di cui si conoscono solo in parte le cause, sembra opportuno trattare di tematiche affini. Risulta interessante osservare come l'azione di incentivo alla stima di sé, anche tramite la modalità del conseguimento di risultati positivi a scuola, influenzi anche le dinamiche del gruppo classe (Palmonari) e come subentrino forme di compensazione all’insuccesso scolastico quali lo sport, l’altro sesso, la popolarità, l’aspetto esteriore, ossia incentivi e stimoli di riscatto per la perdita di stima nei confronti dell’ambito didattico, disciplinare e quindi della sfera cognitiva del pensiero, che riflette una forma nota di disagio ordinario. Molti ragazzi compensano le carenze più prettamente didattiche con altri tipi di intelligenza in una volontaria forma di riscatto tramite altre abilità, (ossia “Le intelligenze multiple” di cui tratta Gardner) pur consapevoli dell’esplicitazione palese di un disagio, anche se costruttivo, creativo ed emancipatorio, spesso vivendo un’inadeguatezza ed una labilità comportamentale che, se non risolta o integrata, può sfociare in manifestazioni tipiche di devianza. Quest’ultimo concetto in sociologia non è ancora apertamente trattato, perché può essere fuorviante.
La devianza rappresenta l’esito più drammatico del disagio e risulta sottesa a modelli integrazionisti, conflittualisti, e di interazionismo simbolico.
Il disagio e più marcatamente la devianza costituiscono l’esito non scontato dei processi di adattamento e socializzazione. Quando si formulano ipotesi di percorsi e progetti di integrazione si esamina la questione “disagio”, soprattutto nella relazione tra insegnante e allievo, dalla cui realtà si ricava un concetto empirico di disagio. In una definizione analitica si possono sottolineare alcuni concetti relativi al fenomeno disagio, quali, ad esempio, l’ambiente e le modalità di interazione tra più soggetti, le cui caratteristiche determinano il grado di “malessere, insofferenza e sofferenza nell’ambito esosistemico ed intrapsichico”, secondo un’accezione biopsicosociale, causati dall’appartenenza etnica, da quella religiosa, dalla localizzazione geografica, dall’età, dall’occupazione, dalla collocazione socioeconomica e dai vari retroterra culturali: questi sono gli indicatori base che determinano e definiscono il problema del disagio. Altri fattori determinati nel delinearsi situazioni di disagio consistono nel livello di salute, nel grado di istruzione, nella conoscenza della lingua d’acquisizione e nelle relazioni interpersonali, mentre le cause più diffuse di malessere identitario, vale a dire di inadeguatezza esistenziale e disagio sono costituiti da traumi, da iniziazioni, deprivazioni o privazioni e da perdite. Le conseguenze del disagio consistono in mancanza di affetti, in sofferenza, nel conflitto e nell’insoddisfazione.
Il modello di disagio che si può presentare come spia del malessere diffuso nella società è quello specifico scolastico, che si presenta con sintomatologie eclatanti e conclamate o può presentarsi in sordina privo di sintomi evidenti. Il malessere, l’inadeguatezza, la sofferenza manifestate dalle varie forme di disagio possono essere percepite e condivise sia dall’educatore che dai soggetti portatori di difficoltà esistenziali, spesso a livello cognitivo, comportamentale e psichico, per cui si può ascrivere il fenomeno sia nell’ambito patologico sia nell’alveo della tanto agognata normalità e ricercata maturità.

La riuscita e la dispersione scolastica

Alla luce del tirocinio che sto svolgendo con Francesco, sembra alquanto opportuno considerare i concetti di riuscita e dispersione scolastica, poiché il ragazzo in questione spesso manifesta palesemente perplessità circa il proprio ruolo di studente e dichiara apertamente di volere intraprendere un’attività lavorativa, di qualsiasi tipo, purchè lo tenga lontano dal mondo scolastico. L’educational attainment, ossia il conseguimento di un titolo educativo presenta un carattere “macro”, in quanto rappresenta una misura che descrive tutti coloro che hanno svolto un percorso didattico ed hanno conseguito un titolo, vale a dire il conseguimento educativo. Oltre questo parametro d’indagine sociologica subentra il concetto di successo formativo, ossia l’educational achivement che fornisce dati indicatori quali la difficoltà di monitoraggio della presenza di stranieri e i problemi nel considerare il livello d’età scolastico retrocesso a livelli inferiori, misurato in termini di voto e media scolastica.
L’osservazione dei dati relativi al conseguimento educativo ed al successo formativo permette di quantificare il livello di dispersione scolastica accentuata da vari fattori quali la bocciatura, gli esami di recupero (debiti), le passerelle e quindi l’accentuazione di un percorso formativo irregolare. La dispersione scolastica è un fattore proporzionale allo scarso rendimento scolastico. Il rendimento rappresenta il risultato della capacità di valutare lo studente, il ragazzo, in base alla quantità di risorse impegnate e in rapporto all’obiettivo preposto. Dunque il rendimento che influenza la dispersione scolastica in modo inversamente proporzionale, risulta influenzato da diversi fattori quali le risorse individuali (quoziente intellettivo), risorse caratteriali e la quantità di interessi e rapporti interrelazionali. Fattori importanti nel rendimento sono le risorse contestuali, come le risorse culturali, economiche, sociali ( per esempio la conoscenza e la frequentazione di persone adulte tramite gruppi organizzati in associazioni sportive o culturali e in attività ricreative e creative). Altre risorse menzionabili sono quelle didattiche, di genere ( in quanto l’appartenenza sessuale può pesare a livello di prestazioni e quindi di rendimento), l’età (non discriminante per la buona riuscita scolastica), lo status economico di provenienza e lo status socioculturale (la famiglia d’origine).
Quindi la riuscita scolastica consiste nella fase finale di una serie di fattori che interagiscono tra loro in modo molto coeso, quali lo status d’origine, i significati attribuiti alla frequenza scolastica, l’ambiente e il clima scolastico, le scelte personali, le aspettative per il futuro, l’immagine del proprio avvenire.

Dinamiche relazionali del gruppo classe

Le differenti tipologie di dinamiche di gruppo sono assimilabili ai più comuni modelli di socializzazione: funzionalista, conflittualista e interazionista-comunicativo. “In una visione interazionista dei rapporti sociali, che si fa risalire all’approccio della fenomenologia sociale di A. Schutz e dell’interazionismo simbolico, l’integrazione è soprattutto coordinamento comunicativo in vista dell’intesa. La società non è una struttura di funzionamento né è determinata da leggi storiche sulla base di interessi umani prevalenti, bensì è vista come il prodotto delle interazioni tra i suoi membri” (Cfr M. Colombo). Spesso si riscontrano difficoltà nella comprensione dei rapporti interrelazionali ed intrapersonali assunti dai componenti di una classe scolastica. Per questo motivo è interessante approfondire gli studi e le osservazioni relativi alle dinamiche di gruppo, indagate dallo psicologo Palmonari.
La definizione del concetto di gruppo implica la coesistenza di diversi fattori interagenti, quali le dinamiche relazionali, l’interesse per obiettivi comuni, l’identità, l’interazione. Secondo Merton, il gruppo consiste in un insieme di persone che interagiscono in modo strutturato da modelli e che sentono di appartenere al gruppo stesso, dal momento che sono considerati dagli altri come membri del gruppo.
Sussistono tre dimensioni, tre livelli e tipologie di appartenenza al gruppo, di carattere cognitivo (sapere che si è del gruppo), di tipo emotivo ( senso di identificazione e passione), livello valutativo (un gruppo circoscrive una unità, ma la colloca in un contesto). Tali dimensioni gruppali che appaiono strutturate, coese e solide costituiscono, in realtà, presupposti delle frequentazioni adolescenziali, che invece si manifestano con caratteristiche labili ed aleatorie, perché nel giovane vi è la necessità di cambiare continuamente gruppo per trasformare un’identità in evoluzione. La personalità modale è il carattere maggiormente condiviso dai membri del gruppo, tramite una funzione strumentale, ossia orientata al compito con modalità espressive e volta alla pratica di sé. Le dinamiche gruppali si presentano secondo modalità coesive, di integrazione e distruttive, disintegrative. Possono subentrare anche modalità evolutive, orientate ad un fine, ad uno scopo nobile e creativo, potenzialmente ingeneratrici di dinamiche di individuazione ed autonomia, per far scaturire il super-io del gruppo, vale a dire il concetto di “noità”, l’entità di gruppo. L’espressione gruppale si identifica attraverso diverse funzioni quali la comunicazione verbale o non verbale tra i membri del gruppo e tra gli stessi e l’esterno, la funzione di potere, il controllo e l’influenza, caratteristiche incarnate soprattutto nella leadership che possiede ed esercita le maggiori potenzialità di influenza, guidando il gruppo verso un’azione, uno scopo, una finalità potenzialmente positivi o negativi. All’interno del gruppo si delineano posizioni come la maggioranza che esercita il potere di persuasione, mentre la minoranza può aumentare il livello di scontro anche con il potere di veto. All’interno di una dinamica tra maggioranza e minoranza, se la minoranza si ritira ingenera ostruzionismo, mettendo in ostacolo l’azione. Il gruppo di pari come il gruppo classe presenta una relazione interna al nucleo e continuativa, fondata sulla condivisione di esperienze, di interessi e valori. I gruppi presentano tratti comuni, quali la provenienza sociale, la condizione scolastica, l’aspetto estetico, il linguaggio, le modalità interattive, lo stile comportamentale e le rappresentazioni sociali. Il gruppo classe si distingue per eterogeneità dal gruppo dei pari che è invece omogeneo. “L’esperienza scolastica si può considerare la base reale sulla quale si vengono a strutturare non solo le competenze dei giovani, ma anche gli atteggiamenti verso il futuro, le scelte lavorative, l’integrazione sociale in senso lato” (Cfr M. Colombo).
Nei gruppi di adolescenti sussistono funzioni fondamentali analizzate in particolar modo dagli studiosi Lutte e Coleman, quali lo status simbolico autonomo riconosciuto dal gruppo intero, come per esempio il gioco sessuale. Le discriminazioni sociali esercitano una funzione basilare come lo sviluppo della competenza sociale che stimola la capacità di capire in che modo giostrarsi rispetto alle valutazioni degli altri. Nei gruppi di pari sussistono discriminazioni come il razzismo etnocentrico, in quanto l’eterogeneità spesso spinge e facilita i processi discriminatori, tramite meccanismi gerarchizzanti nel gioco della distanza sociale, in cui le diversità fisiche sono più tollerate delle differenze culturali e sociali.

Il ruolo dello studente.

Gli atteggiamenti e le modalità relazionali dello studente all’interno del contesto scolastico dipendono dal ruolo dell’insegnante. Il rapporto di insegnamento deve essere intriso di un clima di benessere, in quanto il ragazzo dovrebbe ideare e immaginare una versione ideale dell’insegnante (come per esempio l’idealizzazione della maestra da parte del bambino). Spesso nella relazione con il docente si avvertono anche involontarie differenze di trattamento, al contrario nei confronti del ragazzo occorre porsi in un atteggiamento coerente all’interno di un ruolo equilibrato, esercitando la cosiddetta giustizia distributiva per cui l’insegnante esercita un ruolo universalistico e pubblico (Palmonari; Piaget) per ottenere riscontri positivi caratterizzati da equilibrio nei confronti del ruolo dello studente, che così potrà dimostrare le autentiche qualità, probabilmente in parte già percepite dall’insegnante. Secondo un’ottica funzionalista, Parsons sosteneva il concetto di studentità, vale a dire la studentry in cui l’allievo doveva raggiungere uno status comportamentale con modalità adulte, dimostrandosi responsabile, capace, non dipendente dalle azioni altrui, allo stesso tempo imparando a competere in modo costruttivo, anche mettendosi in gioco sul controllo degli istinti e degli affetti, istanze considerate “lealtà primarie”, per approdare a “lealtà nuove” di fiducia e solidarietà. In vista di tali atteggiamenti e comportamenti maturi, lo studente potrà relazionarsi anche con i livelli gerarchici dell’entità scolastica, secondo una differenziazione funzionale, ossia un utilizzo di ruoli e modalità relazionali a seconda delle funzioni e dei ruoli gerarchici rispetto a cui si orienta e si imposta la propria evoluzione cognitiva ed affettiva. Lo studente, soprattutto se maturo, adotta diverse modalità nell’assunzione del ruolo di tipo razionale o irrazionale, personale o impersonale, orientato a sé o alla collettività, universalistico, ossia dedicato all’andamento generale del contesto esosistemico, anche in relazione ai rapporti gerarchici, o particolaristico, ossia orientato verso la riuscita personale, al proprio studio, quello necessario, senza esternazione e divulgazione dei contenuti e dei valori acquisiti. Il rendimento scolastico rappresenta un gradiente di osservazione rispetto al livello di adeguatezza, di inserimento, di disagio dello studente nei confronti dei rapporti con la classe e con il docente. Il rendimento scolastico rappresenta una modalità emancipatoria grazie a cui è possibile conquistare una dimensione universalistica, mediatrice, collaborativa con la gerarchia scolastica, per raggiungere un posizionamento gerarchico.
Questo argomento si presenta come importante per la comprensione del comportamento dello studente e del suo ruolo, ma ritengo maggiormente necessario considerare il soggetto studente nell’ambito di un gruppo classe, in un’ottica sistemico-relazionale e interazionista rispetto a determinate dinamiche, in un contesto di pari che sviluppa interrelazioni spesso problematiche. Penso sia più efficace studiare il soggetto in un contesto plurimo a carattere sistemico relazionale, piuttosto che individuarlo secondo una visione funzionalista, come una monade, ossia come un singolo, avulso dall’ambiente esosistemico ed interazionista.

Il colloquio tra insegnante e genitore.

Il colloquio con il genitore avviene con la modalità per cui l’insegnante comunica al genitore che il figlio/allievo è portatore di una problematica. Il genitore avanza scuse, giustificazioni e a volte accuse, spesso, a ragion veduta, respinte dall’insegnante. Questi fattori fomentano nel genitore l’ansia di liberarsi dalla preoccupazione di essere un cattivo educatore, in un senso di colpa inflazionato dalle proiezioni verso l’insegnante. Da questo teatro di botta e risposta emerge il gioco di proiezioni tra messaggi inviati e giunti a destinazione, effettivamente pronunciati e posti in campo e automessaggi, vale a dire una serie di autoaccuse o autoconvincimenti, riflessioni introspettive e giustificazioni. I momenti più critici del rapporto con il genitore sono la cattiva valutazione e la segnalazione. La famiglia denuncia una scarsa attenzione da parte della scuola e un’assenza di risposte alle esigenze dei figli per le difficoltà di comunicazione e osservando discrepanza tra le finalità educative.
Ritengo questa parte di modulo molto interessante, ma penso che attualmente i genitori siano effettivamente troppo presenti ed intrusivi non solo nella vita dei figli, ma soprattutto nel mondo della scuola, intromettendosi soprattutto nelle questioni didattiche e a volte nelle modalità educative degli insegnanti, dimostrando una mancanza di obiettività nella valutazione del sistema scolastico e nel ruolo del docente, che spesso viene screditato e svalutato dal genitore stesso. Occorrerebbe passare da una scuola delle vacue e labili pretese ad una scuola che valorizzi le attitudini, le capacità, le particolarità, le diversità, delle differenti parti interagenti. Occorrerebbe una visione globale d’insieme che valorizzi l’ampia gamma di diversità ed entità divergenti e interagenti, che metta in luce e rivaluti le poliedriche sfaccettature dei molteplici punti di vista senza i quali non potrebbe avere luogo la comunicazione e non si potrebbe avvalorare una costruzione di senso e di significato creativi.

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 Anna Di Gennaro Melchiori    - 26-01-2005
Ritengo utile inviare anche a voi di Fuoriregistro l'ultimo articolo di proteofaresapere.it che contribuisce al dibattito in atto. Purtroppo il disagio non è più così "invisibile" e le cronache ne riportano i tragici resoconti: adolescenti suicidi e insegnanti violenti finiti in Tribunale. (Rispettivamente Milano Repubblica del 10 gennaio e di ieri).
Come sempre grata alla redazione, auguro buon lavoro,
Anna Di Gennaro

Burnout, psicopatie e antidoti - di Vittorio Lodolo D`Oria

L’adolescenza di Dio
del 24/01/2005

La ripresa dell’anno è sempre difficile. Questa lo è particolarmente dopo che lo tsunami ci ha dimostrato la fragilità dell’uomo. Abbiamo però assistito al primo evento di solidarietà globale perché tutti i paesi sono stati toccati da vicino col loro popolo di vacanzieri alla ricerca di sole e mare. Di fronte al dolore si tace e si collabora dimenticando difetti e disuguaglianze, pagliuzze e travi nei nostri e negli altrui occhi. Dopo tanto chiasso è arrivata un’onda che ha ristabilito il silenzio, resettato le nostre menti, vanificato i nostri ragionamenti. Non sappiamo cosa dire, non possiamo accusare direttamente Bin Laden o i terroristi di Beslan e neppure le solite tre “B” (Bush, Blair e Berlusconi). Non ci resta che imprecare contro il cielo, bestemmiare o … pregare. Quando una cosa è troppo più grossa di noi, conviene ricordarci che siamo poca cosa e chinare il capo, accettare i nostri limiti e condividere la nostra fragilità: tutto il resto è inutile.
E come se non bastasse, l’Europa unita ci viene a raccontare che nel vecchio continente ci sono più suicidi che morti sulle strade. Certo, noi italiani ci possiamo consolare perché nei paesi mediterranei coloro che si tolgono la vita sono meno che negli altri paesi. Tuttavia la cosa che più mi ha sorpreso è un’altra. Non è stata studiata la professione svolta da questo popolo di infelici. Dal 1998, quando mi proposi di studiare l’incidenza delle patologie psichiatriche negli insegnanti, arrivai a prefigurarmi – scusatemi la franchezza - anche un più alto numero di suicidi tra gli stessi docenti. La cosa mi sembrava del tutto normale (si fa per dire) a fronte dei risultati dei miei studi (71% di patologie ansioso depressive e 29% di psicosi e schizofrenie). Così provai a chiedere all’Istituto Superiore di Sanità di verificare il mio sospetto. “Impossibile”, fu la risposta. Non esistono dati e statistiche sulla professione svolta dal suicida. Ecco infatti che questo numeroso popolo di “lemming” – anche stavolta - non è stato classificato in base alla professione svolta. La mia curiosità rimane così insoddisfatta e come sempre ce la caveremo con qualche scongiuro e gesto scaramantico. Eppure sono convinto che il dato potrebbe farci tirare un sospiro di sollievo oppure correre ai giusti ripari. Invece ci troveremo sbrigativamente ad erigere un monumento al “suicida ignoto” accanto a quello del milite.
Un esimio collega, medico del lavoro, liquidò i miei studi sugli insegnanti dicendo: “Non scherziamo, il lavoro non fa ammalare la mente, piuttosto è l’assenza del lavoro che causa disagio psichico”. Non opposi resistenza di fronte a cotanto senno, ma rimasi convinto che aveva torto almeno per una buona metà del ragionamento. Il troppo (e male) causa lo stesso morbo che deriva dal nulla. Mi spiego con un’analogia: se non assumessi cibo morirei di stenti, ma se continuassi a strafogarmi di manicaretti farei la stessa fine, seppure con tempi diversi. Occorre, come in tutto, un equilibrio. Vediamo un altro paradosso simile. Le relazioni umane sono alla base del nostro vivere sociale ed indispensabili per una buona integrazione nella comunità. Tuttavia se eccediamo nel “darci” agli altri, rischiamo di usurarci. E’ ciò che avviene anche sul lavoro, al punto che riconosciamo delle professioni più a rischio di altre: le cosiddette “helping professions” (medici, insegnanti, preti, assistenti sociali, psicologi). Insomma si deve trovare un equilibrio.
Equilibrio da raggiungere anche in famiglia, se non vogliamo far saltare i precari equilibri di coppia. Ecco perché, una volta all’anno, Santa Romana Chiesa celebra la festa della famiglia (oggi che scrivo nella fattispecie). San Paolo ammonisce: “Mogli, siate sottomessi ai vostri mariti. Voi mariti non esasperate le vostre mogli. Voi figli ubbidite ai vostri genitori. Voi genitori non esasperate i vostri figli perché non si scoraggino”. Ce n’è per tutti. Ma nel Vangelo la musica cambia anche per Dio. C’è di mezzo l’adolescenza. Maria e Giuseppe disperati hanno smarrito il figlio (di Dio, tra l’altro) da tre giorni e non possono rivolgersi a “Chi l’ha visto?”. Quando lo ritrovano nessun abbraccio straziante da parte del loro dodicenne ma un insolente rimbrotto: “Come, non sapevate che devo occuparmi delle cose del Padre mio?”. I Vangeli non ci dicono come reagì Giuseppe, ma so benissimo come si sarebbe comportato mio padre (quello vero, non il putativo). Nemmeno il chirurgo plastico di Berlusconi avrebbe potuto restituirmi i connotati originali. Se però leggiamo fra le righe mi sembra di intravedere un insegnamento utile al mio essere padre. Gesù dodicenne (il Dio adolescente) era nel tempio (la scuola di allora) e non stava cercando di allagare l’edificio, ma conversava con i rabbini. Non stava facendo nulla di male, anzi. Quando i genitori lo trovarono, controllarono la loro legittima ansia e di fronte alla sua reazione non reagirono con sberloni pur “non comprendendo le sue parole”. E qui sta il segreto: se ami e sei ricambiato, puoi permetterti il lusso di non comprendere e di rimanere parimenti sereno. A volte l’amare incondizionatamente sembra essere l’unica via per affrontare l’adolescenza dei nostri figli.

vittorio.lodolodoria@fastwebnet.it