breve di cronaca
Trieste, il muro del tricolore
il Manifesto - 06-11-2004
Il trionfalismo con cui si celebra oggi il cinquantesimo anniversario del ritorno di Trieste all'Italia sembra fermare l'orologio della storia. Perpetuandone l'immagine di una città schiacciata su un unanimismo nazionale, cancellandone, insieme alla sua componente slava, la sua identità di frontiera
di ENZO COLLOTTI

Tra gli abusi politici della memoria di cui è così prodiga la cultura politica del nostro paese sicuramente la questione di Trieste ha un posto di tutto rispetto. Per l'italiano medio che sin dalla scuola elementare è stato mandato per le strade a gridare «viva Trieste italiana!» questa città è un non luogo della memoria, una frase di retorica patriottica, di cui si sono a lungo gonfiati i fascisti e i neofascisti di sempre e la democrazia cristiana e i governi centristi, cui Trieste diede anche l'occasione per mostrare i muscoli di un'Italia appiattita sull'atlantismo più servile. Dietro il dramma di Trieste l'Italia ufficiale ha celebrato cerimonie retoriche, riti marziali, ha lesinato idee e soluzioni concrete ma ha sventolato bandiere e coltivato vittimismi. Per i politici agitare l'italianità di Trieste o il dramma dei profughi è sempre stato un argomento da sfruttare per giochi di politica interna, per fare concorrenza alla destra nazionalista o per soddisfare interessi di piccoli gruppi. Un serio esame di coscienza sull'origine dei guai di Trieste, dell'Istria e della Venezia Giulia in genere non è mai stato fatto. Se fosse stato fatto si sarebbe impedita la confusione, offensiva per tanta parte della popolazione italiana e della stessa Venezia Giulia, con il chiasso nazionalista per il quale il passato non solo non passa ma non deve passare.

Una visione realistica e consapevole del passato di quelle terre non può non spaccare la memoria restituendo alla storia lo spessore di un passato indivisibile, in cui l'oppressione fascista, l'aggressione alla Jugoslavia, l'occupazione tedesca, il Litorale Adriatico e il collaborazionismo neofascista rappresentano la continuità di un corpo unitario, che soltanto la Resistenza e la lotta di liberazione hanno spezzato. Accettare oggi di continuare a perpetuare l'immagine di una Trieste unilateralmente ripiegata sul suo unanimismo nazionale senza elaborare le fratture, gli scontri e le contraddizioni del suo passato significa impoverirne la storia e la cultura, ma anche contribuire al prolungarne l'ambiguità in una forma molto prossima alla mistificazione e alla menzogna.

Mistificante dal punto di vista della riflessione sul passato, l'impostazione trionfalistica con la quale si vuole celebrare il cinquantesimo anniversario del ritorno di Trieste all'Italia è semplicemente preoccupante come segno di un programma politico. La destra nazionalista, che cancellando dalla storia la componente slava della Venezia Giulia ha cancellato una parte dell'identità stessa di Trieste (appunto «l'identità di frontiera» di cui parlano Claudio Magris e Angelo Ara), pretende ora di proiettare anche sul futuro della città (e di quel poco che rimane del suo hinterland) l'approccio a una dimensione. Non vi è in questo atteggiamento alcuna intenzione di reintegrare né nella storia né nella vita presente e futura della città la componente slovena che ne è stata esclusa, come se dal 1918 in poi queste operazioni di esclusione non abbiano prodotto sistematicamente scontri, conflitti, contrapposizione di nazionalismi.

Nelle settimane scorse si è svolto a Trieste il congresso dell'Associazione ex deportati politici, ma neppure la considerazione che italiani e slavi, ebrei, cattolici e ortodossi, sono finiti insieme nelle camere di tortura della Risiera di S. Sabba sembra capace di dare alla classe dirigente triestina la consapevolezza che il futuro, qualsiasi futuro, deve essere costruito insieme, senza perpetuare odi, contrapposizioni frontali, esclusioni.

L'orologio della storia a Trieste si è fermato. Oggi si tornano a fare gli stessi discorsi che si facevano cinquant'anni fa, senza tenere conto di quante situazioni nel frattempo sono cambiate. La stessa restituzione di Trieste alla sovranità italiana nel 1954 fu tra gli ultimi atti della guerra fredda: la Jugoslavia era ormai inclusa nella sfera d'influenza delle potenze occidentali, abortita l'idea del Territorio libero di Trieste gli anglo-americani potevano compensare la fedeltà atlantica dell'Italia. Oggi non c'è più la guerra fredda, non esiste più la Jugoslavia, esiste ai confini una Slovenia indipendente, esistono accordi e leggi per la tutela della minoranza slovena, ma il potere politico locale continua a ignorare tutto ciò. Non può operare sopraffazioni aperte ma isola, circoscrive, impedisce l'ossigeno della circolazione e dello scambio di idee, di esperienze, di progetti. Il suo ideale è sempre la politica muro contro muro, nella speranza che alla fine il più forte o il più prepotente prevarrà, con buona pace dell'Unione europea e dei suoi sogni di eguaglianza.

Nelle prossime settimane uscirà a Trieste la raccolta degli scritti politici di Bruno Pincherle, ebreo, medico, azionista, il rappresentante più autorevole dell'antifascismo non comunista, che dedicò buona parte della sua esistenza alla riconciliazione tra italiani e slavi. Proprio all'inizio del 1954 ebbe a scrivere fra l'altro: «Qui, come altrove, non è una lotta nazionale che va combattuta, ma una lotta sociale contro il privilegio dei pochi e per la libertà. E se esiste, per noi triestini, un problema specifico, esso non è quello della lotta contro la minoranza slava, ma della civile convivenza di essa». A cinquant'anni di distanza l'impegno rimane sempre lo stesso. Trieste di tutto ha bisogno tranne che di un nuovo festival tricolore.

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Rimozioni all'indice
«Storia della Venezia Giulia» di Francesca Longo e Matteo Moder
di GA. P.

Cinquant'anni fa Trieste tornava definitivamente italiana. E per cinquanta lunghissimi anni è riuscita a non esserlo mai, continuando a vestire i panni ambigui della città più meridionale del nord Europa o di quella più settentrionale dei Balcani. Sicuramente mantenendo un ruolo da raccogli briciole alla mensa dei poveri, là dove la mensa si chiama assistenzialismo di stato e i poveri finiscono per essere dei consapevolissimi anziani senza eredi, strumentalizzati e sacrificati a logiche politiche esterne. E' questa la chiave di lettura del libro che Francesca Longo e Matteo Moder, due firme ben note ai lettori del nostro giornale, hanno pubblicato per Baldini Castoldi Dalai editore, Storia della Venezia Giulia 1918-1998. Da Francesco Giuseppe all'incontro Fini-Violante (pp. 160, € 13,20). Un libro che ha un'unica, cruciale, pretesa. Quella di ricominciare da capo. Non vuol essere infatti un saggio, quanto piuttosto l'introduzione a una bibliografia, una traccia preziosa per chi mai volesse sapere. Non è amaro, perché più amaro è il lavoro degli storici dell'Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione del Friuli Venezia Giulia o per gli storici che insegnano o hanno insegnato nella prima facoltà di Storia istituita in Italia. Proprio a Trieste. Loro che ricominciano ogni volta dall'abbicì. E' una guida al lavoro dimenticato e ignorato degli storici della commissione mista italo-slovena, ne segue e spiega il filo conduttore, in modo semplice, per quell'Italia che ogni tanto finisce per farsi affascinare dal canto delle sirene (che porta al voto) e si riduce a credere che numeri su esseri umani possano in qualche modo spiegare valori morali degli esseri umani. E' un'opera contro il revisionismo strumentale della destra e quello «autoflagellante» della sinistra, disposta a calare le braghe davanti ai postfascisti e ad accettare di fare il «mea culpa» a nome del Partito comunista italiano di allora ai rappresentanti degli esuli istriani fiumani e zaratini, per poi avallare con An la Festa della Memoria per ricordare l'esodo nel giorno del 10 febbraio che ricorda quel Trattato di Pace che nel 1947 decise le sorti di queste terre perché c'era stato il fascismo qui a martirizzare gli «alloglotti» (sloveni e croati) e a invadere e smembrare, con la sua «brava gente» la Jugoslavia assieme ai nazisti.

Rimozioni, revisioni, negazioni - come sottolinea lo storico Enzo Collotti nel libro di Longo e Moder e come ribadisce nell'articolo in questa stessa pagina - e purtroppo trasversali e strumentali a una politica impolitica che disprezza la memoria e quindi la nostra storia. «Il revisionismo - scrive Collotti nel volume - ha anche un'altra ragione. Si tratta del rapporto particolarmente stretto che si stabilisce tra uso pubblico della storia e operatività politica: il revisionismo storiografico è immediatamente funzionale ad una politica xenofoba. La riabilitazione del fascismo serve a coprire il razzismo di oggi. La labilità del confine, che sino a poco tempo fa sembrava certo, fra conservatori democratici ed estrema destra, è un fatto nuovo che appartiene a un clima politico-culturale che alimenta e si alimenta a sua volta di strumentali riletture della storia del fascismo, del nazismo e della Seconda guerra mondiale».

E poi c'è il revisionismo e l'ignoranza della grande stampa. «I grandi mezzi d'informazione - ha denunciato lo storico triestino Galliano Fogar, ampiamente citato da Longo e Moder - hanno gravi responsabilità perché non si documentano e si limitano ad ampliare e ad avallare stereotipi nazionalisti e fascisti sulla storia del confine orientale: dalle foibe viste come genocidio di tutti gli italiani al sempre incombente pericolo slavo-comunista. Nessun giornalista (a parte Pansa) si rivolge al nostro istituto per avere. Pochi sono anche gli storici che ci interpellano. Così le bugie si perpetuano nell'ignoranza». «Dal processo della Risiera, nel 1976 - ha aggiunto Fogar - non si contano più i tentativi di equiparare la resistenza alle foibe, il comunismo jugoslavo al nazifascismo, per dire magari che il primo è stato peggiore dell'altro. A questo hanno contribuito anche la martellante campagna di stampa sulla `vergogna della tragedia dimenticata' e sui processi per le foibe, dimenticando che già sotto il governo militare alleato erano stati celebrati a Trieste processi a decine e decine di infoibatori o presunti tali con condanne fino all'ergastolo». «E' deplorevole - ha detto ancora lo storico triestino - che una parte notevole della grande stampa e dei politici democratici conosca assai poco le vicende internazionali e non locali di una regione, la Venezia Giulia, che per gli eventi della guerra fu coinvolta in pieno negli sviluppi del conflitto nell'area danubiana-balcanica».

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